Lavorare con i bambini indaco E-mail

di Susanna Garavaglia

Ogni volta che ne incontro uno, e ormai mi capita sempre più spesso, ringrazio Dio per avermi messo in contatto nuovamente con una grande anima: sto parlando dei bambini indaco che ormai nascono con gli occhi aperti e una gran voglia di svolgere il loro compito in questa dimensione.

Da tempo ormai si parla diffusamente di queste nuove generazioni nate con una struttura molecolare diversa da quella conosciuta fino ad ora, di questi bimbi che spesso mal si adattano alle usuali strutture educative e che sembrano avere delle doti più sviluppate ma che non riescono ad adattarsi alle vecchie strutture.

Nel mio lavoro di naturopata e di counselor incontro da tempo molti adulti che hanno compreso il significato evolutivo della malattia o del disagio e che affrontano il lavoro con me, consapevoli della necessità di rivedere e trasformare molti aspetti della propria vita, se il loro obiettivo è quello di stare meglio. Ma se alcuni di loro entrano nel mio studio già consapevoli del fatto che si tratti di un cammino spirituale e non solo di un palliativo per il corpo fisico, altri, forse la maggioranza, hanno bisogno di tempo per assimilare queste mie provocazioni e farle proprie per poterle veramente vivere fino in fondo.

Con i bambini indaco questo non succede mai: anche se vivono in un ambiente culturale che non li ha ancora sollecitati ad un lavoro introspettivo né, tantomeno, spirituale, già dal primo colloquio con me capiscono perfettamente che cosa è il campo aurico, cosa sono i livelli energetici, cosa significa parlare di guscio karmico, di Sé, di Personalità.

Lo capiscono sia che io ne parli o che taccia, sia che usi questi termini o parole diverse, spesso sono loro ad introdurre questi concetti. Come se da sempre ne avessero, non solo sentito parlare, ma anche fatto consapevolmente esperienza.

Sono bambini che nascono ancora aperti, in contatto cioè con altri piani di esistenza, con dimensioni diverse da quella in cui il loro corpo fisico prende il suo spazio. Bambini che, lo si può vedere nei reparti di maternità, nascono ormai per lo più con gli occhi aperti: e questa è una metafora di qualcosa d’altro che, appunto, rimane aperto in loro. Un collegamento che li rende capaci di comprendere il senso della loro malattia, del loro disagio esistenziale e, quindi, di affrontarli non come vittime ma, finalmente, come cocreatori della loro esistenza.

Bambini, quindi, che hanno chiaro il significato di visione olistica della vita, che si rendono perfettamente conto di come il nostro corpo fisico, quello emozionale e mentale, quello spirituale, siano in realtà espressioni sinergiche e complementari di una stessa unità di coscienza che li armonizza tutti in sé. E non è necessario concentrarsi per spiegare loro con parole semplici i concetti che spesso gli adulti fanno fatica a comprendere. Basta entrare in contatto con quella loro parte che sa e che è sempre lì, a loro disposizione, se noi ricordiamo loro che la possono risvegliare.

Ho insegnato nella scuola, per oltre vent’anni, dalla prima media alla maturità classica, ho avuto modo di vedere forse gli apripista dei bambini Indaco. Ne ho conosciute tante, sui banchi di scuola, di queste anime antiche: era semplice e bello parlare con loro, accompagnarli a comprendere i grandi misteri della vita attraverso le parole dei poeti e degli scrittori di ogni tempo, stimolarli a dare spazio alla loro parte creativa scrivendo di sé con la voce della propria anima. E sapevano parlare di tutto, comprendevano ed empatizzavano con poeti, scrittori e filosofi, abbereverandosi alle loro conclusioni, investigando i loro dubbi, dando risposte alle loro domande.

Erano tutti bambini, però, che ogni anno rischiavano la bocciatura perché non riuscivano ad adeguarsi ai ritmi lenti e noiosi della scuola. Non capivano perché avrebbero dovuto rimanere in silenzio ad ascoltare quello che già sapevano o che ritenevano superato ed inutile. Se non trovavano un insegnante disposto ad ascoltarli e a sollecitare i loro ritmi anzichè bloccarli e soffocarli, diventavano inquieti, ribelli, poco educati, insomma inadatti alle consuetudini scolastiche.

Sappiamo ormai che molti di questi bambini rischiano di far esplodere la loro ribellione con gesti violenti al di là della nostra immaginazione e, nello stesso tempo sono anime gentili e con il cuore aperto, se possono analizzare la loro energia in modo costruttivo e fertile. Ed è proprio il contatto con loro che mi ha fatto capire quanto in realtà la scuola sia inadeguata alle necessità di queste nuove generazioni, incapace di cambiare, di trasformarsi, di venire incontro ad esigenze nuove.

Ed ecco che, come naturopata e counselor, non posso che prendere atto della gravità di un disagio che potrebbe amplificarsi partorendo bambini sempre più malati, disadattati e magari anche violenti o che potrebbe trasformarsi in dono, stimolando un cambiamento nella nuova direzione che probabilmente a loro modo ci stanno indicando.

Non è difficile empatizzare con le nuove generazioni e adeguare le proprie richieste alle nuove necessità, così come non è difficile empatizzare con personalità diverse, se si è in grado di mettersi in contatto tra anime.

I bambini che scelgono di fare un piccolo pezzetto di strada con me, oggi come naturopata e ieri come insegnante, curando una loro ansia, una malattia, imparando a scrivere una poesia o facendo teatro,sanno che ogni difficoltà, di qualunque tipo, non è mai una disgrazia ma sempre una occasione di crescita e di trasformazione e che dentro ciascuno di loro ci sono tante ricchezze che chiedono di venire alla luce e di manifestarsi.

Siamo fortunati, noi adulti di questi tempi, perché loro, i bambini indaco, sono venuti a farci da maestri e se li sappiamo ascoltare hanno tante belle cose da mostraci e, sicuramente, possono insegnarci a preparare per tutti un mondo più bello.