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Come raggiungere la salvezza.

Il vangelo di questa domenica è molto concentrato ma non per questo meno interessante degli altri. L’argomento trattato è sempre molto attuale e delicato, ma andiamo con ordine.

Quanti di voi sanno cosa rappresenta il serpente di rame che Mosè innalza al cielo durante l’attraversata del deserto e di cui si parla nel brano di questa domenica?
Io stesso non avevo le idee chiare su questo punto in quanto non sono un teologo di alto livello, anzi, non lo sono affatto, quindi mi sono informato in merito.
Quando il popolo d’Israele stava vagando nel deserto, dopo una ennesima rimostranza nei confronti di Mosè che sembrava brancolare nel buio, Dio mandò dei serpenti velenosi per punire la sua poca fede. Ovviamente, i morsi di tali rettili erano letali e gli israeliti erano pertanto terrorizzati.
Il castigo cessava solamente quando veniva fissato con lo sguardo un serpente di rame che Mosè, su indicazione di Dio, innalzava al cielo e che identificava i peccati commessi. Tale presa di coscienza dei propri errori, unita ad un convinto pentimento, dava l’assoluzione e annullava l’effetto mortale del veleno dei temibili animali striscianti.

Da questo concetto, quindi, si sviluppa l’approfondimento odierno che è strettamente legato alla confessione.

Questo momento è sempre stato uno dei più imbarazzanti nella vita di un cristiano. Ne sentiamo parlare molto spesso e sembra sia un sacramento vincolante per ottenere la vita eterna, ma tutti proviamo un profondo senso di disagio quando dobbiamo affrontarlo. Ho visto perfino in qualche chiesa un vademecum appeso vicino al confessionale circa le cose da fare e non fare per prepararsi al confronto con il sacerdote.
Allora mi sono sempre chiesto: “perchè devo affrontare con tutto questo timore un momento che, secondo quanto spiegatomi ai tempi del catechismo, dovrebbe essere bellissimo??
La risposta è ovvia. I nostri peccati sono di varia natura e quelli più gravi, almeno secondo la dottrina cristiana, sono anche i più imbarazzanti e mettono a nudo la nostra privacy a meno che non apparteniamo (convinti) a qualche "setta religiosa" dove i fatti propri diventano di pubblico dominio.

La confessione si articola su tre punti fondamentali:

  1. prendere coscienza dei propri peccati
  2. esporli al sacerdote che, in quel momento, rappresenta Dio nostro padre
  3. condannarli sinceramente e con convinzione in modo da non rifarli più.

Il primo e l’ultimo punto sono strettamente personali e quindi non ci creano nessun fastidio. Per il secondo, invece, nonostante abbiano sempre cercato di convincerci che il sacerdote, durante la confessione, “non è se stesso” ma rappresenta le orecchie e la bocca di Dio, ci assale un atteggiamento di vergogna che ci porta molto spesso ad esprimere dei peccati sempliciotti che non ci fanno provare particolare vergogna ma che comunque ci garantiscono una complessiva assoluzione.

Per fortuna non per tutti è così, ma per molti lo è ed io intendo spezzare una lancia a favore di questi ultimi. Mi sono chiesto spesso: è meglio raccontare qualche mancanza puerile al sacerdote per ottenere un formale perdono oppure, nel caso non riusciamo a superare questa difficoltà, è meglio evitare il confronto con lui raccontando però ciò che turba la nostra coscienza direttamente a Dio nell’intimità dei nostri momenti di raccoglimento personale?

La Chiesa non accetta in nessun modo quest’ultimo atteggiamento, però, a mali estremi, estremi rimedi. Piuttosto di accostarsi alla comunione con dei peccati da confessare, penso sia meglio chiederne perdono a Dio intimamente ma con convinzione.
Spesso ricorro anch’io a questa soluzione e sono convinto che se Dio non la accettasse, non mi dimostrerebbe la Sua continua presenza aiutandomi tangibilmente nella mia vita di ogni giorno.

Naturalmente, ogni medaglia ha il suo rovescio e lasciare alla propria discrezione la confessione “anonima” dei peccati potrebbe indurci ad essere molto indulgenti nei nostri confronti. Saremmo liberi di ricascare tranquillamente nel male tanto, in fin dei conti, non c’è nessun sacerdote che ci può rimproverare.

L’imposizione della confessione nel modo tradizionale è pertanto perfettamente legittimata per via di questa nostra umana debolezza. La maggior parte delle persone difficilmente si confronta con le proprie mancanze giornaliere facendosi un serio esame di coscienza quindi il momento di confronto con un sacerdote “obbliga” a prenderne coscienza in modo da poterle evitare in futuro.

So che quanto ho detto sarebbe aspramente contestato da qualsiasi sacerdote, ma so anche che alla fine sarà Dio a giudicarmi, quindi evitiamo di fare i furbi. Quando sarà il momento, al nostro Giudice Supremo non basterà qualche preghierina per redimere i nostri peccati ma potremo ottenere la Sua assoluzione solo se ci saremo pentiti con sincerità durante la nostra esistenza terrena delle colpe più o meno gravi che ci hanno allontanato da Lui, altrimenti prepariamoci al giusto castigo che vorrà riservarci.

Buona domenica

Franco

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